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Policoro è uno dei comuni più giovani della Basilicata, posta nella piana di Metaponto.

Ha avuto l’autonomia solo nel 1959, con il decreto del Presidente della Repubblica n.124 del 26 febbraio 1959, dopo essersi distaccato da Montalbano, in passato frazione da cui dipendeva. La città si è sviluppata di recente, a partire dagli anni ’50 grazie alla riforma agraria e all’autonomia comunale.

Vacanza culturale: Un po’ di storia

Reperti del Museo archeologico nazionale della Siritide, nei pressi di Policoro

Le sue origini risalgono alla Magna Grecia che si stabilì sul territorio attuale, conosciuto anticamente come Siritide, in principio da Siris e in seguito da Heraclea. Siritide, in passato era la zona situata tra l’Agri e il Sinni, fino a raggiungere il promontorio di S. Maria di Anglona Mare, un territorio ricco di fiumi e sorgenti che hanno garantito sviluppo a nuovi insediamenti. Infatti negli anni precedenti alla colonizzazione greca il territorio era già abitato da popolazioni enotrie con molti centri, come ad esempio Pandosia posto nell’odierno territorio di Santa Maria Amglona.

La popolazione greca, individuando in queste terre un grande potenziale economico visi stabilirono, in particolare nella zona costiera compresa tra l’Agri e il Sinni, dove fondarono Siris. In base alle testimonianze di Strabone, I sec. a.C., la città venne fondata all’inizio del VII secolo a.C. presso la foce del Sinni per mano di un gruppo di greci esuli di stirpe ionica, originari della Turchia, Colofone. Nessuna traccia è stata rinvenuta nei pressi di Siris ma resti un insediamento fortificato sono state rinvenute presso la collina del castello di Policoro, poco oltre l’abitato di Heraclea.

Di recente sono stati scoperti alcuni nuclei di strutture abitate riconducibili al periodo di Siris. In seguito alla disfatta di Sibari nel 510 a.C., precedentemente annessa al territorio dell’Agri e del Sinni grazie ad un intervento militare contro il Siris, la zona della Siritide venne disputata da due contendenti Thourioi e da Taranto. Tra il 434 e il 433 a.C., Tarando, che assiste ad un periodo particolarmente positivo, fonda Heraclea, in base agli scritti di Strabone e Diodoro. La città prende il nome dal mito di Ercole, prende da Taranto le istituzioni politiche e la lingua diventando una grande centro.

Vacanza culturale: Heraclea, capitale della Magna Grecia

Nei primi anni di vita Heraclea occupa la collina sulla quale si trova il Castello con una struttura urbana regolare, verso i primi anni del IV secolo a.C. occupa anche la pianura sottostante verso sud, oggi occupata dal nuovo tessuto urbano, costruendo una ingente fortificazione e un fossato per la sua difesa, come anche testimoniano le ricerche archeologiche. L’economia era basata principalmente sui prodotti naturali provenienti dal sottosuolo, nello specifico, olio, vino e cereali, mentre in nessun documento si citano traffici commerciali sul mare. Molto importante per la città è l’anno 374 a.C. quando divenne la capitale della Laga Italiota, le città greche, in sostituzione a Thouri, ormai nelle mani dei Lucani.

Gioielli nel Museo archeologico nazionale della Siritide, nei pressi di Policoro

Le popolazioni indigene provenienti dall’entroterra, i Lucani, nel 338 a.C. occuparono la città liberata nel 326 a.C. da Alessandro il Molosso, re dell’Epiro, che aveva stretto alleanza con le città magno – greche. In tal modo Heraclea, fin’ora sotto la protezione di Taranto, fu libera governando con leggi proprie diffondendo le su monete con la raffigurazione di Ercole con la dava e il leone nemeo, una delle dodici fatiche, che divenne simbolo della città attuale e riprodotta sullo stemma comunale. Coinvolta nel 280 a.C. nella guerra tra Roma e Taranto, presso l’attuale Panevino si svolse la nota battaglia dove Pirro respinse i romani con i suoi elefanti. La città fu devastata e il territorio cadde in un totale abbandono che vide fenomeni di abusivismo per l’occupazione illegale dei terreni di proprietà dei santuari di Atena e Dioniso.


Riportata la pace, la città riordinò le aree demaniali per restituire le proprietà ai santuari tramite nuovi rilevamenti catastali e la stipula di contratti per regolarizzare la locazione delle terre sacre di proprietà dei cittadini privati. Gli scritti in lingua greca furono trascritti su tavole di bronzo dette di Heraclea, ritrovate nel 1732 presso Acinapura, oggi custodite nel Museo Archeologico di Napoli. Particolarmente interessante è la distinzione in questi atti pubblici tra locazioni di tipo enfiteutico, per lunghi periodi per le terre di Dioniso, e a scadenza quinquennale in relazione alle terre di Atena, perché considerate più fertili.
 

Informazioni turistiche: La decadenza di Heraclea

Nel periodo repubblicano Heraclea fu campo di numerosi tumulti sociale, in particolare nel 72 a.C., vide il passaggio di Spartaco che fece allontanare la popolazione verso la parte alta della città. Negli anni imperiali la città attraverso un periodo di forte decadenza uscendone come piccolo borgo fino al V secolo d.C., periodo in cui il mondo della Magna Grecia attraversò una forte crisi economica, senza l’esclusione di Heraclea.

La città fu nuovamente abbandonata, gli abitanti, infatti, si stabilirono nella parte alta della collina nei pressi di un nucleo abitato che negli anni medievali fu denominato Polychorium.
 

Cultura e turismo: Heraclea cede il posto a Policoro

Le prime testimonianze che riportano il nome della città “Policoro”, etimologicamente in greco “territorio ampio” forse per indicate la pianura sormontata dalla collina sulla quale sorse Policoro, sono datati agli inizi del XII secolo riguardanti la sorella di Ugo di Chiaromonte e mogli di Riccardo Siniscalco, Albereda, eletta signora di Colobraro e di Policoro. Albereda lasciò la città in eredità ai nipoti che, nel 1126 riconfermarono i privilegia al Monastero di S. Elia di Carbobe. Susseccivamente, nel 1214, la città fu donata per mano di Raimonto il Guasto al Monastero del Saggittario, uno dei più grandi centri monastici, presso l’area del Pollino. Anche Federico II di Svevia soggiornò in queste terre, precisamente nel 1232, in occasione della spedizione contro le città ribelli della Sicilia.


La città subì un ulteriore periodo di decadenza tra il 1300 e il 1600, periodo in cui divenne proprietà della famiglia Sanseverino, e tra i vari discendenti. Nel 1600 uno degli eredi dei Sanseverino per guarire il proprio figlio, gravemente malato, donò il feudo ai Gesuiti che lo fecero diventare per lungo tempo un monastero. Nel 1772 i Gesuiti furono cacciati dal Regno delle due Sicilie con Ferdinando IV di Borbone e tutti i loro possedimenti furono inglobati nel Regno. Il feudo venne acquistato da Maria Grimaldi, principessa di Gerace. Tra il 29 e il 30 Aprile del 1799, nel feudo, ormai nuovamente castello, fu ospitato il cardinale Ruffo, ospite della principessa, mentre tentava di frenare la rivolta contro l’assolutismo borbonico. Inoltre, nel 1806, nel castello fu ospita il re Giuseppe Bonaparte, mentre era in viaggio da Reggio Calabria verso Napoli.

La famiglia Gerace fu proprietaria del feudo fino al 1810, nel 1833 nel castello di Policoro, di proprietà del conte Montesantangelo, fu ospitata il re Ferdinando di Borbone. Nel 1893 il feudo di Policoro venne acquistato dal barone Luigi Berlingieri da Crotone tramite un atto del notaio Ruo di Napoli, in tal modo il barone fu proprietario di tutti gli animali presenti nella tenuta, dell’intero arredamento del castello, delle attrezzature e dei magazzini e dell’industria della liquirizia presso Concio.

La tua vacanza culturale: gli anni ‘50, la riforma agraria

Un trattore all'operaUna svolta importante si ebbe negli anni ’50 con la riforma agraria e l’autonomia comunale che posero le basi per il raggiungimento dell’attuale fisionomia della città. Un ingente feudo baronale, con un territorio paludoso e malarico, infatti la gente moriva di malaria, di perniciosa e disagi.

Tutte queste sventure causarono l’immobilismo più radicale, situazione che durò a lungo favorita dall’organizzazione feudale che la reggeva e che si riuscì a sconfiggere solo dopo la Seconda Guerra Mondiale e l’arrivo della democrazia. Una nuova organizzazione statale che si raggiunge tramite una serie di lotte contadine che si trasformarono nell’occupazione delle terre con l’obiettivo di porre pace sociale. Le proprietà latifondiste vennero suddivise in piccole proprietà terriere in modo tale da formare piccole aziende di circa 5-6 ettari ognuna, entro le quali vennero collocate famiglie da ogni parte della Basilicata, per la maggior parte dalla provincia di Matera e dalle regioni confinanti, la Puglia e la Calabria.

Grazie ad una serie di circostanze quali la terra fertile, le riforme nel settore agricolo e nelle struttura ci fu un notevole incremento dei lavoratori nelle attività e nei servizi. Ci fu, inoltre, anche la possibilità di un insediamento grazie all’Ente Riforma Fondiaria tramite la concessione di suoli edificabili sia per la costruzione di abitazioni che per la creazione di nuove attività commerciali e artigianali.
 

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